Mettersi a dieta rappresenta molto spesso una scelta motivata da fattori di carattere personale come, ad esempio, migliorare il proprio aspetto o ritrovare la forma fisica. Quando, di contro, adottare un preciso protocollo alimentare – in sostituzione della dieta abituale – costituisce una specifica necessità , il modello adottato viene denominato “nutrizione clinica”. Di seguito, vediamo tutto quanto c’è da sapere in merito.
La definizione di “nutrizione clinica” è applicabile a qualsiasi regime alimentare il cui obiettivo è favorire il raggiungimento di un determinato stato nutrizionale per scopi di carattere prettamente medico. Più in generale, si tratta di un modello di dieta definito in base a specifiche necessità terapeutiche, preventive o diagnostiche rispetto ad una condizione morbosa, patologica o semplicemente fisiologica (senilità, menopausa o gravidanza).
Per meglio comprendere il ruolo della nutrizione clinica, va tenuto presente come lo stato nutrizionale del singolo individuo sia determinato tanto da processi metabolici (a livello cellulare e organico) quanto da fattori esterni, tra cui le abitudini alimentari e lo stile di vita. Di conseguenza, agendo clinicamente sull’alimentazione è possibile ripristinare uno stato di nutrizione ottimale e, di conseguenza, migliorare le condizioni di salute generali del paziente.
La nutrizione clinica riveste un ruolo di primo piano in ambito dietologico; essa rappresenta una risorsa significativa per il trattamento di pazienti che presentano una condizione clinica o patologica con potenziali criticità. Nello specifico, un modello di nutrizione clinica può essere applicato ai bambini che soffrono di disturbi legati all’alimentazione (o, semplicemente, non seguono una dieta sana), donne in stato di gravidanza o allattamento, soggetti anziani affetti da problemi cardiaci, legati al diabete, all’ipertensione o altre condizioni. Da ciò è facile intuire come un piano alimentare con un’impronta clinica debba essere necessariamente elaborato da uno specialista della nutrizione, a seguito di un’attenta valutazione del quadro complessivo del paziente. Per strutturare correttamente una nutrizione clinica, infatti, è necessario rilevare non soltanto disturbi o patologie già manifeste ma anche accertare eventuali familiarità con altre malattie e individuare allergie o intolleranze. Non di meno, il protocollo deve essere calibrato anche a seconda del genere e dell’età del paziente.
In linea di principio, le regole per una sana alimentazione dei bambini sono le stesse che possono essere applicate ad un soggetto adulto; la sola differenza è rappresentata dalle specifiche esigenze di crescita che caratterizzano l’età infantile e pre puberale. Secondo quanto riportato dal sito ufficiale dell’AIRC, nella dieta dei bambini di età compresa tra 3 e 11 anni, è consigliabile osservare alcuni principi generali:
L’AIRC, inoltre, individua una serie di errori piuttosto comuni che possono determinare specifici disturbi dell’alimentazione dei bambini tra i 3 e gli 11 anni:
Una cattiva alimentazione nei bambini può aumentare il rischio di obesità che, secondo i dati del Ministero della Salute, colpisce un soggetto su quattro. L’obesità nei bambini, come spiega l’AIRC, “è principalmente legata a una vita troppo sedentaria e alle abitudini alimentari trasmesse dalla famiglia”.
Gli anziani sono tendenzialmente più esposti a problemi di salute, alcuni dei quali possono essere almeno in parte attenuati da un corretto regime alimentare. L’adozione di una nutrizione clinica si rende necessaria, ad esempio, per i soggetti che soffrono di ipertensione (un aumento anomalo e prolungato della pressione arteriosa); in tal caso, infatti, è bene adottare uno schema nutrizionale caratterizzato da:
Un corretto approccio alimentare è molto importante anche per gestire al meglio i cambiamenti ormonali che subentrano con la menopausa. Questo stadio fisiologico tende a rendere la donna più esposta ad alcune patologie, rispetto alle quali la nutrizione clinica può sortire un’azione preventiva e terapeutica.
Il tratto più significativo della menopausa è la carenza estrogenica che, se non trattata adeguatamente, può degenerare in osteoporosi. Ragion per cui, l’alimentazione di una donna in menopausa deve essere ricca di calcio e vitamina D mentre va ridotto l’apporto di sodio e di alcool. La moderazione dei grassi saturi (a favore di un incremento di quelli insaturi) e, in generale, la riduzione del colesterolo caratterizzano l’alimentazione in menopausa per non ingrassare: evitare l’aumento del peso corporeo, anche mediante l’aumento del consumo di fibre, minerali e antiossidanti, è indispensabile per tenere sotto controllo gli effetti della menopausa.
Anche le donne in gravidanza devono prestare particolare attenzione alla propria alimentazione; a differenza di quanto si crede, non è necessario mangiare per ‘due’ né perdere peso per forza; ciò che conta è soddisfare il fabbisogno nutrizionale del nascituro in maniera sana ed equilibrata. Nello specifico, la dieta in gravidanza impone di:
moderare l’apporto dei carboidrati monitorando l’indice glicemico di ciascun pasto.